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LA
CRITICA
Cirillo
Grott anche poeta? di
Gino Geròla
Cirillo
Grott: l'arte come ricerca dell'assoluto,
di
Benvenuto Guerra
L'immaginario
Poetico di Cirillo Grott
Il
bisogno di poesia
La natura e la violenza
Il
visionario e il silenzio
di
Renzo Francescotti
Cirillo Grott: dal legno alla
scultura, di
Enzo Di Martino
Scolpire nel Santo Nome di Maria,
di
Marica Rossi
L'arte
e il mistero cristiano,
di
Mario Marchiando Pacchiola
Cirillo
Grott Bildbauer und Poet
di
Josef Unterer
Cirillo
Grott scultore e poeta (versione
italiana)
Il
sentimento nel legno di
Fernando Larcher
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Cirillo Grott anche poeta?
Un
amico pittore e scultore, con la sua ricerca tesa, spasmodica in certi
casi, le sue felici invenzioni, le sue angosce, le sue speranze. All'improvviso,
nel pieno della sua vitalità, se ne va senza tanti preavvisi o
clamori, quietamente, quasi si fosse di colpo placato il suo tormento
di ricercatore.
E Sandra, ti passa un grosso mazzo di fogli, Cirillo Grott anche poeta?
Ti prende subito un moto di diffidenza, come davanti a chi tenta diverse
strade, spinto da motivi diversi dall' urgenza interiore, già sfogata
nei quadri e nelle sculture. Nel senso che la vivezza e densità
e singolarità delle immagini, nella massima parte delle pagine,
rivela come la poesia gli maturi dentro di continuo e come sia un qualcosa
di prorompente, che ha un forte bisogno di esprimersi concretamente, anche
a costo che nessuno poi partecipi alla comunicazione, in quanto resta
tutto nei cassetti. Una necessità interiore dunque, che si mantiene
in disparte, quasi dovesse lasciare spazio alla pittura e alla scultura,
per non turbarne l'immagine. In queste liriche, risalta in pieno la fantasia
e la capacita espressiva di un autore vivo e vero, senza riserve o limitazioni.
Si sostanziano di sogni, fantasie, emozioni, dolori, tensioni esistenziali,
dentro cui vivono intensi i colori, gli elementi naturali, gli affetti,
le angosce rese limpide e dolenti da una catarsi poetica, tragedie (personali
e della società) appena tratteggiate, ma in grado lo stesso di
penetrare l'attenzione del lettore. Certo, in primo piano campeggia sempre
l'animo dell'artista, con la complessità dei suoi moti, delle sue
avventure esistenziali e artistiche. Il tutto è nutrito da un saldo
realismo, che fa quasi da piattaforma e che viene tramutato o amalgamato
in trasfigurazioni da ricondurre nell'area dell'espressionismo o anche
del surrealismo, in certi momenti. Il fatto è, dunque, che l'insieme
si presenta come un frutto del tutto inatteso, come la realizzazione di
un mondo, che ha avuto sì voce attraverso lo scalpello e il pennello,
ma che qui trova forse la sua espressione più chiara e una completa,
sofferta modulazione. (Gino
Geròla)
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Cirillo
Grott: l'arte come ricerca dell'assoluto
Ho
conosciuto Cirillo Grott alla fine degli anni Sessanta e subito ne ho
apprezzato la straordinaria versatilità, la feconda inquietudine
esistenziale e l'inesauribile spirito di ricerca. Erano tempi aperti all'utopia,
conflittualmente percorsi da una grande ansia di rinnovamento, che si
rifletteva anche nel travaglio e nelle opere degli artisti più
autentici.
Grott, ancora molto giovane, si era già fatto apprezzare per alcune
mostre personali tenute in diverse città italiane, incontrando
favore di critica e di pubblico qualificato.
Artista multanime e poliedrico, nella sua proteiforme attività
aveva privilegiato la scultura, sperimentandola in tutte le sue potenzialità
tecniche ed espressive, ma era parimenti versato nel disegno, nella pittura
e (come si è recentemente scoperto) nella poesia.
Grott plasmava vivide e tormentate figure in creta (che sovente trasponeva
nel bronzo), ma soprattutto amava scolpire il legno, liberare l'idea e
l'essenza spirituale della forma dalla "prigione" della materia. Certe
sculture sono state realizzate anche assemblando e saldando oggetti desueti,
ferri e lamiere: materiali di scarto dell'effimera società consumistica,
quasi emblemi di ogni altra vita reietta, che l'artista ha voluto e saputo
significativamente valorizzare nella catarsi del processo creativo. Come
ogni scultore di vaglia, Grott è stato anche un notevole disegnatore:
il suo segno è sintesi di dinamismo e plastica evidenza.
La produzione dell'artista degli anni Sessanta e Settanta è espressione
di un grande travaglio personale e sociale: già dall'inizio la
scelta cadeva su tronchi tormentati che venivano tradotti in figure scavate
dalla pena di vivere, in cui la deformazione espressiva perveniva a esiti
di autentica drammaticità.
Esemplare
di questo travaglio è lo sconsolato tormento di Torso d'uomo, scultura
lignea del 1973, vero tronco di pena, quasi urlo di dolore solidificato.
I1 risolutivo dominio della sintesi formale, al di là dell'urgenza
del motivo contingente, sa dare all'opera pregnanza di simbolo universale.
Del 1979 è il bronzo Guerriero morente, uno degli esiti più
alti della scultura di Cirillo Grott: l'estremo abbandono del guerriero
evidenzia la nuda e infinita pena dell'uomo, la sua connaturata precarietà
esistenziale, che la vanagloria delle armi è ormai impotente a
nascondere. L'opera è la dolorosa rivelazione, l'estrema presa
di coscienza di una ferita originaria, coessenziale alla condizione umana.
Come in un'oasi di serenità l' animo di Grott sembra acquietarsi
soltanto quando ritrae volti di fanciulli, quasi religiosamente colti
nel loro assorto stupore, plasmati con sensibile immediatezza nella creta
e sovente trasposti nel bronzo.
Sorprendente è come l'artista sia riuscito, nell'assolutezza della
sintesi formale, a esprimersi compiutamente tanto nelle opere "monumentali"
quanto in quelle di media e piccola dimensione. Per virtù d'arte
ciò che appare limitato nell'ordine della materia può divenire
incommensurabile in quello dello spirito.
Pure la problematica ecologica è acutamente sentita dal Nostro,
come fra l'altro attesta la stupenda serie di formelle intitolata La morte
della rosa, accorata sequenza espressiva del dramma della natura che va
scomparendo. Dalla fine degli anni Sessanta a tutti gli anni Settanta
Grott ha realizzato una graffiante serie di tecniche miste che costituiscono
un'aspra critica alla stravolgente società dei consumi, che ha
scambiato i fini con i mezzi e ha conseguentemente smarrito il senso dei
valori. In queste opere l'uomo appare alienato, eterodiretto, stravolto
frammento di una totalità irrimediabilmente perduta.
Spezzando
il ritmo compositivo l'artista accentua, anche attraverso la febbrile
concitazione del segno, tale senso di frammentarietà ed estrema
precarietà, conseguente all'eclisse valoriale. Egli inserisce anche
frasi, brevi versi, secondo un ritmo e un dettato interiore che si estrinsecano
in una necessitata sintesi di pittura-scrittura. Sono le opere che hanno
ottenuto il significativo, specifico apprezzamento del sociologo Ardigò,
dell'Università di Bologna.
Il motivo della Crocifissione, sintesi misteriosa e drammatica di umano
e divino, è fra i temi più sentiti e ricorrenti di Cirillo
Grott, che lo ha realizzato prevalentemente in scultura, ma anche in pittura
e disegno. Ricordo per la potenza espressiva una tecnica mista del 1964,
pressoché monocroma se non fosse per un febbrile segno rosso che
contorna con concitata discontinuità la dominante grigia delle
figure, con il pathos estremo del Cristo brutalmente premuto da carnefici
senza volto. Non si può parimenti dimenticare il grande Crocifisso
che Grott appese per qualche tempo a un muro esterno della sua casa: un'opera
di forte tensione drammatica, realizzata assemblando e saldando lamiere
e materiali di scarto, quasi a significare le potenzialità catartiche
dell'arte.
Della
stessa intensità espressiva è l'altorilievo in bronzo rappresentante
Cristo crocifisso su uno sfondo allusivamente nebuloso e inquieto che
il Nostro presentò a Trento alla rassegna "Arte sacra" del 1983,
alla quale parteciparono alcuni dei maggiori artisti italiani, fra i quali
Trento Longaretti, Karl Plattner, Remo Wolf e Pietro Parigi.
Anche la figura di S. Francesco è fra i temi religiosi più
amati e ricorrenti di Grott: fra le varie opere dedicate al "poverello
d'Assisi" ricordiamo in particolare un bronzo del 1979 rappresentante
il santo nell'atto di ammansire il lupo. La dolcezza dei volumi, il morbido
scivolare della luce, la simpatia di linguaggio con cui sono concepite
la figura umana e quella ferina sono consentanei alla mite e creaturale
essenza del messaggio francescano.
Artista
completo, Cirillo Grott è stato anche un valente pittore, un istintivo
e insieme sapiente colorista: basti citare l'inquietante accensione cromatica,
quasi un fuoco rivelatore nel cuore notturno dell'Ombra del silenzio (1987),
una delle sue opere pittoriche più alte. Prezioso e di arcana risonanza
è l'impasto cromatico dell'esotica Notte gitana del 1984, che realizza
una compiuta sinergia fra materia, segno e colore. Di altrettanto felice
orchestrazione sono i dipinti Amanti (1983-84) e Meditando l'amore del
1985, nei quali la gamma emotiva si dispiega sensibilmente (nelle sottili
corrispondenze cromoluminari) fra la gioia, il presentimento e l'umbratile
nostalgia.
A questo punto ritengo, più che opportuno, necessario parlare delle
scelte culturali e di vita del Nostro che, nato e vissuto a Guardia di
Folgaria, ebbe vivo e profondo il senso delle radici. Cirillo Grott era
infatti, fra l'altro, un profondo conoscitore della "cultura materiale"
della sua terra e un competente e assiduo raccoglitore di oggetti d'uso
e d'affezione del vecchio Trentino, tanto da costituirne una significativa
raccolta, quasi un principio di museo, che in qualche occasione espose
anche al pubblico. La sua parte ha radici in questa tradizione e cultura,
inscindibili dalla morfologia del paesaggio naturale e antropico, e la
sua scelta di vivere a Guardia è stata per lui una precisa opzione,
esistenziale prima ancora che artistica. Tuttavia l'opera di Grott ha
un carattere di universalità che comprende la suddetta cultura
e nel contempo la trascende. Anche perché l'artista ha viaggiato,
ha conosciuto altri ambienti e culture, ha tenuto mostre in città
italiane e straniere, tanto che la sua produzione scultorea è stata
oggetto di tesi di laurea a Monaco di Baviera.
Grott ebbe una predilezione per antiche città
d'arte e di cultura, quali Ferrara e Mantova in particolare. Nella città
estense tenne una personale non dimenticata, mentre in quella dei Gonzaga
partecipò, con un penetrante e ammirato "ritratto" del sommo poeta
latino, alle celebrazioni del bimillenario virgiliano. I1 Nostro fu anche
estimatore e amico del Premio Suzzara, al quale partecipò per diverse
edizioni.
Grott
ebbe una puntuale conoscenza dell'arte e, in particolare, della scultura
del Novecento. Ne apprezzava i maggiori esponenti, fra i quali Martini,
Marino, Moore, così come riteneva Augusto Murer insuperato nella
scultura lignea contemporanea.
Grott
conosceva anche la scultura romanica, gotica e rinascimentale, e nella
sua complessa ricerca realizzò una sintesi ardua e originale, dalla
quale bandì ogni stilema accademico. La sua arte, sempre sostenuta
da una notevole provvedutezza tecnica e professionale, rifugge tanto dalle
mode effimere quanto dalle etichette schematiche e riduttive: la sua produzione,
anche nelle opere più tormentate dalla tensione della ricerca,
rimane sostanzialmente nell'ambito figurativo, assunto come opzione di
fedeltà all'uomo e al suo universo valoriale. Anche perché
per Grott l'arte non può prescindere dalla comunicazione e, quindi,
da un linguaggio universale.
Il realismo dell'artista trentino, mai meramente riproduttivo o mimetico,
rimanda allusivamente all'oltranza del reale. In particolare le sue trepide
figure femminili adombrano un mistero appena velato dalla grazia dell'apparenza.
Negli
anni Ottanta, attenuata l'inquietudine esistenziale e della ricerca, il
Nostro realizza opere che conciliano profondamente tradizione e novazione,
forza e dolcezza, arcana suggestione e luminosa purezza. Basti pensare
al fascino di alcune esemplari sculture lignee, quali Lo spirito della
foresta, La dama e il quasi profetico Ultimo abbraccio, nelle quali si
conferma la predilezione dell'artista per la scultura "in togliere" e
in particolare per quella in legno, in quanto materia viva, in continuo
divenire. Sono opere che vivono della dialettica fra liscio e scabro,
fra il finito e la suggestiva allusività del non-finito: opere
in cui traspaiono l'estrema ansia e l'anelito di perfezione di un artista
mai pago dei risultati (pur ragguardevoli) raggiunti. Anche da questa
tensione interiore deriva la predilezione per il legno, per la sua anima
mutante, che fa di ogni scultura un"'opera aperta", che vive e continuamente
si trasforma. Scolpire il legno significa anche realizzare un'interazione
fra l'idea dell'artista e la struttura originaria del tronco selezionato,
inverando l'intuizione baconiana secondo cui "la natura si vince obbedendole".
Scolpire il legno o plasmare la creta era per Grott il sublime travaglio
del liberare lo spirito con nostalgia di perennità: l'anelito di
una durata dell'opera oltre il limite della precarietà e della
finitudine esistenziali. Forse anche per questo, malgrado la prematura
scomparsa dell'artista, le sue opere divengono nel tempo sempre più
vivide e vere.
Per molteplici aspetti la scultura di Cirillo Grott (per lui indefettibile
ragione di vita e di fede) può considerarsi religiosa anche quando
non pertiene direttamente al genere dell'arte sacra: ed è tale
in quanto, pur dentro la storia, contiene un'ulteriore segreta tensione
verso il superamento del contingente, verso una non mai appagata trascendenza.
Squisitamente religiosa era l'inquietudine creativa del Nostro, che lo
spingeva ad animare spiritualmente la materia subordinandola a un più
elevato dominio. Nella sua opera l'anima si fa luce e apre nella "notte"
della materia un trepido varco per l'aurora dello spirito.
L'arte di Cirillo Grott è essenzialmente religiosa, sia che rappresenti,
di volta in volta, la "pietas" virgiliana o l'umiltà francescana,
la crocifissione del Dio o quella dell'uomo, la gloria dell'Eterno o le
spine del tempo. (Benvenuto Guerra)
Milano,
1992
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L'immaginario
Poetico di Cirillo Grott
Guardia,una
minuscola frazione di Folgaria che prende il nome dalla guardia che i
signori di Castel Beseno avevano posto qui, a guardia della valletta che
congiunge la Valle dell' Adige con Folgaria e i passi col territorio vicentino.
Uno degli avi di Cirillo Grott - secondo le indagini di uno studioso tedesco
di origine bavarese, dopo essere stato capomastro a Castel Beseno arrivò
nel pugno di case per fare la guardia.
Con l' inizio la stirpe dei Grott che (assieme ai Plotegher)popolano tuttora
il minuscolo villaggio. Nel 1908 il nonno paterno di Cirillo, Cirillo
anche lui, comprò la chiesetta di Guardia, abbandonata perché
se n'era costruita un 'altra, più capiente, inaugurata quell'anno.
La ristrutturò ricavandone alcuni vani. Altri rifacimenti avvennero
nel corso degli anni successivi, da parte di suo figlio muratore e di
suo nipote, il nostro Cirillo. A ricordo dell'antica chiesetta, un fonte
battesimale incorporato nello studio dell'artista: è in calcare
grigio, a due conche. Vi è scolpita la data del 1797 e un fiore
solare, un antichissimo simbolo di origine asiatica che possiamo ancora
riconoscere intagliato sulle porte dei masi, delle baite e delle stalle
di tutto l'arco alpino. Il paese è noto, oltre che per essere il
villaggio di Cirillo Grott, per i suoi dipinti murali sulle case, di importanti
artisti trentini e di altre regioni: una felice iniziativa che fu di Cirillo,
interrotta dalla sua precoce morte ma continuata anche negli anni seguenti.
Vado a visitare la casa-museo dell'artista (come mi è già
accaduto altre volte): mi viene incontro la moglieAlessandra, una donna
dalla corporatura sottile, gli occhi e le mosse vivaci, lo sguardo e il
sorriso giovanili. Tutti, in famiglia e fuori l'hanno sempre chiamata
Sandra; il suo cognome di ragazza è Frisinghelli, da Lizzanella,
presso Rovereto.
"Oggi sono esattamente nove anni dalla morte di Cirillo - mi dice -. Lo
conobbi a Rovereto, in una sua mostra a Palazzo Venezia, il 22 novembre
1964 Ci sposammo il 14 maggio di tre anni dopo, nella chiesa di Guardia.
Negli anni seguenti nacquero tre figli maschi: il primo è cuoco
diplomato e ha aperto un locale, la "Stube Grott"proprio qui vicino; il
secondo è guardia forestale (ha preso da suo padre l 'amore per
i boschi); il terzo, Florian, (che ha 25 anni) ha ereditato dal padre
la creatività: si è diplomato alla scuola d'arte e ha da
poco aperto uno studio d'arista, di pittura e scultura come Cirillo, a
Rovereto. . . "...
Cirillo è stato un artista cresciuto, come si usa dire, dalla gavetta.
Figlio di un muratore, Claudiano, era stato messo alla scuola professionale
di muratori di Folgaria, mostrando una notevole abilità al disegno
tecnico. A 16 anni era apprendista in un laboratorio di sculture lignee
di Folgaria, dove si producevano opere che partivano anche per l'America.
Poi aveva frequentato la Scuola d'arte di Ortisei e quindi l' Accademia
di Roma. 'A Ortisei ci trovavamo a discutere con Livio Adof e Markus Vallazza
- racconta lo scultore e pittore Conta, oppure in qualche stube dove Cirillo
suonava la chitarra e cantava, sfoggiando una splendida voce di tenore.
. . ". A 26 anni aveva aperto un suo atelier a Rovereto, in via Paganini,
iniziando anche, con l'aiuto morale dell' architetto e pittore Luciano
Baldessari, una sua scuola privata d' arte. La morte lo aveva rapito a
52 anni, improvvisamente, mentre era ormai lanciato come scultore e pittore
in mostre importanti in Italia e all' estero. Era il 1990. Quell'anno,
in novembre, usciva il suo libro postumo 'Alla ricerca di un canto', curato
da sua moglie, con una prefazione di Gino Gerola, lo scrittore folgaretano
grande amico e estimatore di Cirillo. Il libro conteneva oltre un'ottantina
di poesie inedite, trascritte dalla moglie. Poche settimane dopo, al Palasport
di Folgaria fu presentato il libro e alcune liriche vennero interpretate
alla splendida voce di Arnoldo Foà.
"Cirillo
era un amante della poesia - racconta Alessandra -. Leggeva molti poeti:
Garcia Lorca, Thomas Merton, i poeti russi, Ungaretti (a cui ha dedicato
una poesia), Quasimodo. . . Quelle che abbiamo pubblicato sono solo parte
delle sue poesie. Le scriveva su quaderni, su foglietti, su album di schizzi.
Talvolta accostava i versi a disegni; altre volte inseriva testi in versi
all' interno di disegni. Così, ad esempio, nel quadro La prova
del fuoco, del 1979. Le poesie sono tutte scritte a mano: ma qualcuna
la trascrisse a macchina, mandandola a qualche concorso di poesia. . .
".
(Renzo Francescotti)
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La
natura e la violenza
Guardia è sorta in uno spiazzo strappato al bosco fitto, alta
sopra la valle in un paesaggio di montagne, foreste e torrenti. In questi
boschi Cirillo è cresciuto. Succedeva che - come narra la moglie
- quando l'artista era tormentato da problemi tecnico-artistici apparentemente
irrisolvibili, lasciasse tutto e andasse nei boschi. Ritornava placato,
spesso riuscendo a risolvere il problema dopo aver osservato la natura,
dopo aver capito le sue lezioni. "Quando la mano di una foresta mi
tocca/il sole canta ai prati,/il minuscolo mondo dei prati. /Parole divine/giochi
della luce nella luce. . . " (Canto alla mia natura). C'è
nella natura un senso religioso, il senso del divino. E anche quando non
induce a questi sentimenti, la natura è una presenza che placa.
"Qui la notte è chiara e non grava/il male delle false sirene.
/Qui il gioco della luce è amico/ della tempesta rossa del cuore.
/Le mie fronde sono verdi/e l'azzurro dell'aria/è il mio respiro
". (Guardami). O ancora. "ll tuo richiamo/è un verde di
pianure,/un colore di tramonti rossi. /Le torri dei cipressi laggiù
confuse/segnano un bordo di nostalgica attesa/aspirata verso l'azzurro.
. . " (Aspirata attesa). Versi, quest'ultimi, in cui la sensibilità
del poeta si intreccia con quella del pittore, diventa una sorta di correlativo,
di psicologia cromatica colorata di "verde', di "rossi', di "azzurro".
Il rapporto poesia-immaginario dell'artista si fa ancora più stretto
in una lirica come Paesaggio in cui possiamo leggere versi come
questi. ". . . il mio pensiero spazia lontano/ed il grosso tronco di noce/si
trasforma in un Dio/dalle braccia alzate/ad afferrare il cielo bianco
e lontano ". Nei primi anni Ottanta Grott lavorò a sculture ricavate
da tronchi d'albero (ne parla Gerola in un articolo sull' Alto Adige del
2 settembre 1984). Era un 'operazione che negli anni precedenti aveva
attuato quel grande scultore alpino (bellunese, di Falcade) che risponde
al nome di Augusto Murer. La civiltà alpina ha sempre considerato
il legno la materia più adatta non solo alla costruzione di edifici,
ma di attrezzi, di prodotti artigianali e artistici. Il legno, o meglio
i legni delle varie specie di piante, ognuno con colore, nodosità,
compattezza diversa; di cui è necessario conoscere ogni segreto,
materia che continua una sua vita anche dopo il taglio della pianta. La
forma dei tronchi (che ricorda il torso umano), dei rami (che fa pensare
alla braccia umane) rappresenta per le popolazioni alpine (e non solo)
misteriosi archetipi in cui vita umana e vegetale si intrecciano, si confondono.
È questo intreccio carico di simboli che Grott tenta di esprimere
in scultura così come in poesia. Ma la natura, oltre che mistero,
sacralità, serenità, bellezza contiene ed esprime anche
violenza. Drammaticamente, la coscienza irrompe e rompe il bisogno di
idillio. Cirillo esprime questa rottura in versi molto belli, che aprono
il testo lirico Forse l'egoista: "Si scuote il bosco/nella notte
della volpe/la protegge con il suo manto. /Quando la luna proietta l'ombra/delle
fronde sui sentieri,/mani, dita tese segnano la preda al felino/che cammina
in agguato/tra le rive sbiancate. . . "Si tratta tuttavia di una violenza
fisiologica alla natura, alla sua sopravvivenza. È una violenza
comprensibile. Quella che non è comprensibile è invece la
violenza nel cuore degli uomini, la guerra, la morte inferta agli esseri
umani.
"Ma la guerra del mondo continua/e la morte non preavvisa" dice il nostro
poeta in C'è un libro svolazzante. E ancora: "ll fiume della
sopravvivenza/ha sempre squarciato carni innocenti" (A noi serve solo
amore). Un concetto che l'autore svolge più compiutamente nella
poesia Uomo di sempre, che sembra pagare un debito alla quasimodiana
Uomo del nostro tempo: ". . .Resta solo l'uomo di sempre/come la
belva/che ha perso la misura del tempo. /Uomo che hai sempre ucciso
"
(Renzo
Francescotti)
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Il
visionario e il silenzio
C'è
un'anima celtica in Cirillo Grott che appare correlata al suo fisico gallico,
di uomo dai capelli e dalla barba rossa. Si sa che, tra le componenti
dell'anima celtica (la sacralità della natura, il coraggio oltre
ogni calcolo, l' amore smisurato per la libertà. . .) l'immaginazione
visionaria era una delle componenti fondamentali. I Celti non distinguevano
tra materia e spirito, tra razionale e irrazionale, tra mondo dei vivi
e mondo dei morti: erano convinti che si trattasse di un' unica realtà.
Forze misteriose, energie vitali ruotano attorno a noi, a cerchio (un
cerchio che si chiude per riaprirsi in un'infinita spirale) salgono a
tracciare il cerchio infinito del cosmo. Tutto questo può essere
espresso solo con un linguaggio visionario che non può definire
ma solo alludere. C'è una poesia di Cirillo emblematica, sin dal
titolo, in questo senso, Cerchi: ". . .Poi tracciavo cerchi/prima
d'argento poi di fuoco. /Ma io ero proiettato nel tempo,/e andavo lontano
oltre la mia terra,/verso un suono,/verso una luce, oltre il vetro". Un
gesto visionario di approccio alla realtà che innerva molte pitture
e sculture e tante poesie grottiane: "Uno strazio di grano/urla nel vento/nella
marea dell'universo,/la terra sputò il suo male odioso ". (L'origine
della creazione). Oppure: "La mia figura di stendardo/svolazzava nella
brezza/in un cumulo di amore,/di occhi e di labbra". (Attorno al desco).
E ancora: "Più cancello e più scopro il male/più
mi allontano/e più vedo le lunghe corde/serpeggiare nei boschi,/più
dimentico/e più si infuriano i latrati". (Il mio campo).
Questo sentimento visionario, un po' alla William Blake, assume atmosfere
apocalittiche in versi di pittorico surrealismo: "Qui volano uccelli strani,/macchiati
dal fumo di armi/rosse come falci roventi. . . ', (Bilancio Finale).
"Quanto muschio nasce verso nord/e i teschi stanchi nelle loro cupe galere/mangiano
il bianco della neve. /Forse in fondo alla terra/il cratere partorirà
con lava infuocata/una creatura che ancora non esiste/e vendicherà
l' ingiustizia patita. . . " (Sopraffazione). "mani s'alzano dal
mare/e le scogliere rosse/sfiorate dal sole/fanno cornice al cielo/avvolto
di nebbie lontane. . . " (Il canto stonato). "I cavalli galoppano/intorno
ai grandi fuochi delle montagne/con danze di alpestri/stretti alle falci
del tramonto. . . " (Apri al giorno la vita).
Questa voce visionaria sa assumere accenti sorprendentemente profetici.
Così ad esempio in una tecnica mista del 1972, Zona d'ombra
in cui compaiono un profilo di corpo femminile, una spina dorsale scarnificata
e un grembo femminile sedimentato di oscura materia. Il quadro ha un titolo
enigmatico, dal sapore apocalittico: Studio per la scavatura mentale di
una bestia basata sulla spina dorsale. E all 'interno del quadro la scritta
"Zona ombra. Truffa conduce inchiesta". Si badi alla data: 1972. Alla
moglie che lo interrogava sulla strambezza di quel quadro e di quelle
scritte Cirillo anticipò quello che sarebbe accaduto vent'anni
dopo con tangentopoli, profeticamente emblematizzato in quell' opera.
. .
Alla fine, il silenzio. L 'ombra del silenzio è il titolo
di un olio del 1987 con due figure, una femminile e una maschile avvolte
da un'atmosfera oltre lo spazio e il tempo di un blu oscuro, cosmico,
infiammato da una macchia rossa al centro della tela. E il titolo di una
breve lirica, tra le più risolte del poeta, che riportiamo per
intero:
"L'ombra del silenzio/ma eri solitario in quella sera,/le foglie degli
ippocastani/grondavano di luce. /E l'esilio delle tue voci/era lontano".
Il silenzio può essere pauroso: "Mi impaurisce
il silenzio ". (Il volo dei miei occhi). Può essere la sofferenza
in silenzio, che alla fine lo cancella: "Il sentimento soffre immensamente,
in silenzio/e in silenzio sparisce". (Aria di una canzone). Può
essere il silenzio a cui seguiranno voci di bambini, stridere di carri,
gracchiare di corvi all'alba in un giorno "tutto sommerso tutto chiaro
" dopo una notte in cui: "Il resto era silenzio: quel silenzio/e il silenzio
sparisce ". (Aria di una canzone). Può essere il silenzio
a cui seguiranno voci di bambini, stridere di carri, gracchiare di corvi
all'alba di un giorno "tutto sommerso tutto chiaro" dopo una notte in
cui il resto era silenzio: quel silenzio/che domina il vento dall'alto.
. . " (Io ti cercavo). Può essere il silenzio di chi attende
muto, presagio del turbine, della follia, della morte: "Questo cielo,
questo spazio/nella vita
può scatenare/il turbine, la follia e la morte. /Anche noi, come
un prato, un albero, un cielo/attendiamo muti il domani". (Attendiamo
muti il domani). Alla fine di tutto rimarrà il silenzio, immortale:
"Tutte le stelle brilleranno/finché le vedrai/ma il silenzio è
il silenzio,/è immortale". (Non contare su di me).
Quest'uomo
di una religiosità profonda quanto non formale, che nel suo laboratorio
ricavato da un'antica chiesetta lavorava accanto a un fonte battesimale,
che sul tema sacro ci ha lasciato alcune delle sue sculture più
intense come i bronzi Chi vuol seguirmi. . . (1960), La parola di Francesco
(1979), L'incontro tra Pietro e Paolo (1980) ha lasciato scritto un'ultima
Preghiera:
"Lasciami dormire in un sonno
Profondo, al di là delle pietre
Scavate dall'ultimo uragano.
Già molte siepi
Si sono divelte,
nel vento della storia.
Il suo è un sonno oltre la storia, oltre lo spazio e il tempo,
nel blu profondissimo di uno dei suoi quadri.
(Renzo Francescotti)
Trento,
1999
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Cirillo
Grott: dal legno alla scultura
L'opera
plastica di Cirillo Grott si manifesta fin dalla prima occhiata con due
caratteristiche tecnico-formali la cui piena percezione appare decisiva
per la sua effettiva comprensione.
Da un lato l'impiego del legno, il materiale naturale che l'artista trovava
"a portata di mano" nei boschi attorno al suo studio; dall'altro una sorta
di "classicità contaminata" delle forme che muove da riferimenti
storici, come Antelami e Wiligelmo, e giunge ad una espressività
che tiene conto della lezione della "scultura lingua morta" di Arturo
Martini.
Già
in "Figura" del 1960 tali considerazioni risultano chiare così
come è evidente che Grott ha già compreso ed acquisito,
fin dagli esordi, il concetto di "potenza" della scultura, quella sua
capacità, voglio dire, di manifestarsi come "evento concreto" e
miracoloso prima di allora inesistente, in grado di occupare stabilmente
lo spazio.
In questa prospettiva aver "letto", come pure è stato fatto, l'opera
scolpita di Grott in una dimensione riduttivamente "popolare", appare
un puro e semplice "equivoco critico" anche se, con tutta evidenza, I'artista
era istintivamente animato da sentimenti umani e religiosi di grande intensità
emotiva.
La
verità è che nella scultura di Grott confluiscono elementi
molteplici e complessi e convivono pacificamente i contrasti tra ragione
e sentimento, natura e cultura, storia e memoria, in un viluppo inestricabile
ed affascinante che si ricompone soltanto nel momento dell'evento plastico
concluso.
Da un punto di vista strettamente formale Cirillo Grott appare consapevole
che "l' arte nasce dalla storia dell'arte" e mentre ne "La modella" del
1984 è forse possibile "riconoscere" una figura delle Stagioni
di Antelami nel battistero di Parma, ne "La contadina" dell' anno successivo,
significativamente un omaggio ad Arturo Martini, pare concludersi un percorso
di ricerca che possiede i caratteri di un "nomadismo esplorativo ed espressivo"
riflettuto e consapevole.
È perciò anche evidente, a questo punto, che la preoccupazione
più importante di Grott non è soltanto quella di "rappresentare"
i sentimenti ma piuttosto l'altra di esercitare un linguaggio, quello
della scultura, in grado di interagire sensibilmente con l'ambiente e
con i riguardanti, con la luce e con lo spazio, con la natura e con la
cultura.
Ecco
perché la sua proposizione immaginativa oscilla costantemente e
visibilmente tra un apparente realismo ed un allusivo simbolismo, a volte
ricercando la "bella forma" finita e levigata, altre volte lasciando deliberatamente
incompiute le figure, in una sorta di "non finito" che rivela allo stesso
tempo l'anima della materia e quella segreta delle forme.
Il legno - tutti i tipi di legno, il melo ed il pero, il cirmolo ed il
larice, I'acero e l'ulivo - si rivela allora, con le sue caratteristiche
naturali, come un materiale straordinariamente affine al suo "progetto
espressivo" e sembra già possedere al suo interno le figure "ossessionanti"
della sua immaginazione che non richiedonó altro che di essere
"liberate", portate alla luce attraverso il processo della scultura.
La predilizione per un materiale, d'altronde, non è mai casuale
nei processi creativi di un artista e spesso rivela perfino una connotazione
di ordine "morale".
Nel caso di Cirillo Grott il "rapporto morale" ch'egli aveva con il suo
ambiente, con i suoi alberi, appare centrale e determinante nella manifestazione
del suo mondo immaginativo.
I
legni di Grott possiedono infatti, non a caso, una sorta di "grazia" indicibile
che probabilmente scaturisce da una sua personale e misteriosa "armonia
terrena non priva di trascendenza".
È per tale via che lo scultore ha saputo trasformare la fisicità
del legno in materia viva e pulsante, trasfigurarne i nodi e le venature
in segni espressivi simbolicamente riconoscibili, e distanziare infine
il suo "realismo" dalla semplicistica rappresentazione.
Con
una operazione che è innanzitutto poetica, esibita nelle sembianze
concrete dell'evento plastico. (Enzo Di Martino)
Venezia,
settembre 1994
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Scolpire
nel Santo Nome di Maria
Il
cielo all'orizzonte è una fascia di luce ramata. La casa di Cirillo
Grott a Guardia di Folgaria, assorta in silenzi eloquentemente sacrali
sulla falda della montagna, sembra ergersi come le opere dello scultore
trentino scomparso dieci anni fa. Tutto intorno brilla di uno splendore
adamantino punteggiato di fiori e piante profumate. Una porzione di nordico
paradiso per statue forgiate in perenne simbiosi con la natura e nel diuturno
colloquio intarsiato di consonanze domestiche e di rimandi all'iconografia
del divino. All'interno la casa musco, nel suo rapporto dialettico tra
spazi raccolti ed echi lontani, è speculare alle sculture nutrite
di affetti umani e di mistiche tensioni. Presenze che la sintonia con
il messaggio mariano alla maniera del sommo Dante, rende magiche e perfette.
Uscite dal cuore della vallata, queste figure intrise di significati etici
e di valenze estetiche a colmare il vuoto della società di oggi,
esplicitano l'impulso forte a creare. Sono forme ed equilibri possibili
solo a chi, come Grott, non ha fatto dell'arte esibizione, ma esercizio
di sintesi assoluta. Dove lo studio dei grandi di ogni tempo, e l'impegno
a lavorare con le sue mani di artista, ne avevano acuito la fede, la vocazione
di scultore e l'amore per la famiglia eletto ad emblema di salvifico motore
universale.
Un credo imprescindibile da questa individualità artistica che
la mostra alla Abbazia di Monte Berico esalta nell'anno giubilare i capolavori
d'arte del maestro. Fra il verde della riviera berica, in uno spazio deputato
alla magnificenza delle opere, dal bassorilievo al tutto tondo. che in
terra veneta danno testimonianza della venerazione con cui l'artista trattava
la materia.
Soprattutto il tronco dell'albero, tabernacolo della vitalità e
della plasticità della scultura, immancabile parametro per carpire
duttilità e segreti pure da metalli e crete. Si tratta di una ricerca
di evidente auto
nomia espressiva avendo il suo artefice mirato a sottrarre all'elemento
primario l'appesantimento materico per decantare in modo originale, stati
di grazia quali: la fuga dalle tentazioni, il prodigio dell' unione, il
miracolo della nascita e le tenerezze della maternità. Lo si nota
bene nella presente rassegna, dalla "Pietà" compiuta nel '63, in
parte legata al gotico e alle esperienze accademiche, fino agli ultimi
legni tendenti all'astratto. Un iter che raggiunge l'apice per intensità
creativa nel 1989. Quasi a convalidare l'affermazione che nei passaggi
della nostra vita, quello verso la morte, è il più ricco
di attività mentale. Come in un sogno potenziato, durante il quale
l'occhio del nostro intelletto abbia a posarsi su persone e idealità,
allorché l'anima si prepara a librarsi dai vincoli del corpo, riuscendo
a contemplare con sguardo limpido la verità. Una visione che Grott,
anche poeta e pittore, ha effigiato, eternando nelle creazioni che vediamo
e nei versi che abbiamo scelto, gli esiti del suo lungo indagare sul potere
dell'arte a difesa dei valori della vita. (Marica Rossi)
Vicenza, agosto 2000
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L'arte
e il mistero cristiano
"La
lunga catena dei materialisti, vede un artista nella sua azione, ma non
lo vede nel suo cuore! (...) Attendo e muovo le mani nella mia materia
per trarne una vita (...) Vorrei che la mia scultura amica di quei ceppi
e di quegli abeti tra cui sono nato, scovasse nell'anima della mia gente
ciò che desta stupendo interesse della natura (...) cerco il mio
mondo e dono il mio mondo...".
Sono partito di qui per esplorare il mondo di Cirillo Grott, da queste
schegge-testamento del suo pensiero che sono poesia, per scoprirne l'anima,
per scoprirne l'artista. Poi mi sono incamminato verso le radici della
sua esistenza verso Guardia di Folgaria, in Trentino, per chiedere anche
"alla materia il valore di se stessa".
Il legno, il bronzo, la carta, la tela...
Mi sono lasciato sedurre da quei legni: larice, acero, pino, pruno, melo,
cedro, cirmolo, e da quei bronzi. Fonti di ispirazione l'uomo e la donna,
I'amore e la sofferenza, I'amore e la morte, l'amore e la vita. Forza
e mitezza fiducia e speranza. Un dialogo continuo tra la terra e il cielo,
attraverso quei valori terreni che parlano di amicizia e di solidarietà
e che si contemplano nelle parabole del Vangelo: "Siedi fratello,
parla con me. Parla del tuo giorno, muovi i tuoi sogni verso altre strade
e chiamami: ci aiuteremo".
Ho letto in quelle possenti forme un colloquio intenso e raccolto. Quell'uomo,
quella donna, quel bambino sono una forza compatta non solo nella forma,
ma nell'intimo e nello spirituale: rappresentano la sacralità della
famiglia, dove si possono leggere le connotazioni di quella di Nazareth,
e di altrettante famiglie, in qualunque altro punto della terra, dove
si soffre e si piange insieme, dove si gioisce e si spera. Così
la madre e il bambino, nell'abbraccio, ancora la forza della materia e
la forza di un dialogo generoso e altrettanto silenzioso e coraggioso:
"...dietro la figura femminile e della madre vi è quello
della pace, della non violenza, della famiglia che considero un cardine
della società...".
"Hai
dato il volto a un angelo, e nel seno vibrava l'amore per un essere. Il
nodo alla gola chiudeva le tue lacrime belle come gocce d'argento. Una
mano seminava fiori quel giorno che il cuore toccava, riscaldava e dava
vita a una pietra".
Grott trova nella materia lignea, nei nodi e nelle venature i protagonisti
del suo messaggio; vi legge dentro, li cava fuori. Si compiace di sgrossare
la forma che poi accarezza, la assoggetta e ne resta assoggettato. Intravede
il dramma del "sofferente", Cristo o di un altro uomo oppresso e lacerato
dalla guerra, dalla tragedia, dalla disgrazia che egli sublima.
"Ci
sono traguardi migliori al di là del pianto. Ma le passioni della
vita torturano l'anima per renderla più pura, per distanziarla
dal materialismo. Noi raramente sentiamo questa voce che si ribella alla
vita. Ma questa è la voce che viene dall' infinito, quell' essere
intramontabile, direttore delle nostre passioni".
E ancora: "ci serve solo un cuore provato. L'egoismo di un uomo
di qualsiasi tempo ha sempre sparso arsura nell'aria, ha sempre rubato
l'aria al proprio amico..." e, più avanti, "ci
serve la mano e il sorriso perché ci appartengono. Ci serve ricordare
la bellezza (...) l'amore (...) e tanti fiumi d'acqua che scorrono senza
fine".
(Mario Marchiando Pacchiola)
Pinerolo,
novembre 1995
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Cirillo Grott Bildbauer und Poet
(testo
originale in tedesco)
Schloß Maretsch zeigt, wie bereits kurz berichtet, bis zum 26. März
1991, eine Gedächtnisausstellung des vor kurzem verstorbenen Künstlers
Cirillo Grott aus Guardia bei Folgaria. Eine Kunstschau (Plastiken und
Zeichnungen), die unter dem Motto steht "auf der Suche nach einem Gesang",
und in der Tat, das Oeuvre von Grott ist offensichtlich ein Suchen nach
einer einprägsamen, reinen, befreinenden Melodie, die der BildLauer
in seinen letzten Werken gefunden zu haben scheint.
Grott, der sich in seiner Kindheit schwer durchkämpfen mußte,
bis er zu einer künstlerischen Ausbildung kam, bewegte sich in seinem
künstlerischen Gestalten formal zunächst auf der Spur etwa eines
Maillol, wie der französische Bildhauer "füllt er die Gliedmaßen
mit dem Gewicht der Erde". Grott arbeitet zuweilen intensiv aus dem Holzstamm
heraus, befreit die Figuren aus dem Amorphen, gibt ihnen Leben und Gefühl,
schlanken Mädchenkörpern verleiht er den natürlichen Wuchs
von Pflanzen. Eine männliche Antwort auf die lyrisch weiblichen Körper
sind einige blockhaft gestaltete Figuren, in denen die Kraft im Inneren
geballt erscheint, während sie außen rational gegliedert sind.
Besonders
beeindruckend ist der Gefangene. Hochaufgereckt steht er im Raum, verstümmelt,
mit geschlossenen Augen läht er Qual und Pein über sich ergehen,
duldet und leidet, ist zwar äußerlich geschändet - es fehlen
ihm die Arme, doch er ist seiner Sache treu geblieben, sein Antlitz ist
intakt, sein Ich bleibt rein und frei.
In der geschlossenen Komposition Liebe und Tod oder Letzte Umarmung
(das letzte Werk des Künstlers) wird das ewig gültige Thema
des Eros-Thanatos, Liebe-Tod, plastisch ergreifend gestaltet. Hände
halten und stützen, geben und nehmen, das unendliche Werden und Vergehen
wird deutlich "greifbar".
Cirillo Grott war nicht nur bildnerisch tätig, er hat auch Lyrik
geschaffen, hat sich viel mit ästhetischen und humanen Problemen
beschäfigt, eine Frucht seiner Uberlegungen sind in der Ausstellung
einige Zeichnungen, die einen offenen, kritisch-optimistischen Geist erkennen
lassen. Deshalb wohl ist in Grotts gesamtem Werk immer wieder von Kindern
und Blumen, von Träumen und Liedern die Rede, von Schönheit
und Liebe, Themata einer überzeugten, perennen Humanitas, die trotz
Zerstörung und Tod weiter existiert.
(Josef Unterer)
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Cirillo
Grott scultore e poeta (versione
italiana)
A Castel Mareccio viene presentata, fino al 26 marzo 1991, una mostra
commemorativa dello scultore Cirillo Grott di Guardia presso Folgaria.
Una mostra che comprende sculture e disegni e che s'intitola "Alla
ricerca di un canto". E infatti tutta l'opera di Grott sembra essere
stata, in forma metaforica, una ricerca di una melodia espressiva pura,
liberatrice, che l'artista è riuscito a trovare nelle ultime grandi
opere.
Grott da ragazzo fece una vita dura, ma già
in gioventù si sentì attratto dall'arte. Iniziò il
suo percorso artistico ispirandosi ai modi del francese Maillol, e come
lui accentuò le membra umane, dando loro "il peso della terra";
spesso Grott dava forma alle sue sculture lavorando il tronco stesso,
liberandolo dall'amorfo, dando all'opera vita e sentimento. Ai leggiadri
corpi di fanciulle presta il naturale ritmo di giovani piante. In antitesi
a queste forme liriche stanno le sculture virili, nelle quali il vigore
sembra racchiuso all'interno, mentre esteriormente sono costruite in modo
cubista-razionalista.
Molto
impressionante appare la statua simbolica Prigione: l'uomo è
mutilato, tiene gli occhi chiusi, si sorregge, sopporta ogni tormento
e pena, soffre, esteriormente sembra violentato, gli mancano le braccia,
ma il suo viso (e il suo spirito) è intatto, è rimasto fedele
a se stesso, la sua anima è pura e libera.
Nella composizione Ultimo abbraccio 1'artista ha sviluppato in
modo commovente e convincente il tema perenne dell'eros-thanatos, dell'amore
e della morte: le mani tengono e sorreggono, offrono e prendono: una plastica
espressione dell'amore coniugale, del presente e del futuro, di quello
che rimane e quello che svanisce...
Grott non era solo scultore e pittore, scrisse anche poesie, si occupò
intensivamente dei problemi estetici e urnani. Nella mostra si trovano
disegni "descritti" che dimostrano chiaramente questo suo spirito aperto,
critico e ottimista. Il suo ottimismo è visibile nei temi preferiti
dallo scultore-poeta: bambini, fiori, sogni, canti, amore e bellezza...
Temi di un umanista e credente, il quale era convinto che, nonostante
la distruzione e la morte, lo spirito e l'opera sarebbero sopravvissuti
in futuro. (Josef Unterer)
Castel Mareccio, 1991
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Il
sentimento nel legno
Cirillo Grott pittore, scultore. Cirillo Crott uomo della montagna, quasi
nascosto quassù a Guardia, una delle più piccole e sicuramente
tra le più belle frazioni della vasta comunità folgaretana.
"Per
la mia attività sarebbe molto più sensato vivere in qualche
grossa città come Venezia, Bologna o Milano", mi racconta mentre,
non senza fatica, posiziona un grosso tronco su cui ha già abbozzato
una figura. "Ma non potrei ritrovare in città quello che qui ho appena
fuori l'uscio di casa - prosegue -: il paesaggio, la natura, il legno vivo
nel bosco, il ritmo del vivere in parte ancora legato al succedersi delle
stagioni... Sono un uomo cresciuto in montagna, qui sono nato, qui la mia
famiglia esiste da sempre. Sarebbe come strappare una pianta dal suo terreno
naturale. Come potrebbe attecchire altrove?"
I colpi di mazza e scalpello sono precisi, sicuri, a volte violenti. E
lui colpisce con forza, deciso. "Scolpire è faticoso", mormora
mentre si sposta mezzo passo indietro per studiare la figura che sta per
delinearsi sempre più precisa.
"Coltivo
un sogno, un'aspirazione - continua -. Mi piacerebbe che a Folgaria nascesse
una scuola per la lavorazione artistica del legno. Purtroppo manca questo
tipo di cultura, a parte qualche piccolo esempio marginale. Non si tratta
di pensare a una scuola d'arte, ma di artigianato artistico. È diverso.
Sarebbe un'opportunità economica in più che valorizzerebbe
la nostra offerta turistica, soprattutto nelle frazioni..."
Dalla vigilia di Natale, Grott tiene aperta qui a Guardia, in una cantina
proprio all'inizio del paese, una piccola esposizione che porta il titolo
di "La mostra della natività e della madre". "È solo un
abbozzo di quello che potrebbe essere e che spero di poter realizzare
il prossimo anno - dice -. Vorrei allestire una mostra che occupi diversi
ambienti, che coinvolga tutta la frazione. Così come i murali sono
sparsi su diverse case, sculture mie e di altri artisti potrebbero trovare
posto in 'vòlti' diversi."
La
natività e la madre. Perché ricorre così frequentemente
questo tema nelle opere, anche pittoriche, di Cirillo Grott?
"La
natività è un tema squisitamente natalizio - risponde -,
però è vero che è un tema a cui dedico molta attenzione,
che mi appassiona. Vedi, forse il significato sta nel fatto che ho perso
mia madre quand'ero ancora molto giovane. È qualcosa che è
rimasto dentro, non ancora risolto. Poi ritengo che la figura della madre
sia fondamentale, sia nella vita delle persone sia da un punto di vista
esistenziale, filosofico. La madre è l'origine di tutto, è
colei che origina l'esistenza. È l'antitesi della morte."
E il tema della morte?
"Non rappresento la morte. La morte è. Esiste. Ineluttabile. Dove
c'è la vita non può mancare la morte. Forse rappresento spesso
la figura della madre, e quindi la vita, per esorcizzare la paura della
morte. Ma non è solo questo. I1 discorso è molto più
complesso: dietro la figura femminile e della madre in particolare vi è
quello della pace, della nonviolenza, della famiglia che considero un cardine
della società. Dietro la figura femminile vi è infine l'approccio
con il corpo, lo studio delle linee, la bellezza della figura..."
Continua a scalpellare con forza. Il legno rimanda sempre più l'immagine
di due corpi abbracciati, stretti, quasi fusi uno nell'altro.
Fernando
Larcher
3 gennaio 1990
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Biografia
di Cirillo Grott
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